La Storia della Cucina Siciliana
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La Storia della Cucina Siciliana

La storia della gastronomia siciliana e' come una favola che ha inizio con il classico "c'era una volta".

Iniziamo a raccontare: C'era una volta una civilta' classica: i Greci.

I Greci provenienti dalle Cicladi nel 735 a.C. sbarcarono sul litorale ionico, in prossimita' dell'odierna Naxos, ed i Corinzi di Archia nel 734 a.C. furono a Siracusa

Diverse, come sappiamo, furono le novita' che apportarono questi colonizzatori e, per restare in tema, da un punto di vista alimentare, L'arte del fare il vino nasce proprio da loro, I'ulivo, il farro ed altri prodotti, gia' esistenti nell'isola, vennero utilizzati in modo diverso, ebbero, per cosi' dire, una nuova impronta greca che porto' ad ottimi risultati.

Prendiamo per esempio il farro.

Il Farro, prima dei Greci, veniva utilizzato in Sicilia, per fare il pane, poi, venne utilizzato in tutt'altro modo.

Con la farina di Farro, oltre a un ottimo pane, si ottennero delle tagliatelle molto saporite e, niente poco di meno che, la pasta frolla.

Con il farro macinato grosso essi si fecero delle ottime zuppe ed, infine, con il seme intero, unito a fave, lenticchie, ceci, ed interiora, la famosa Fabata Puls.

Questo non ci deve fare credere che quando i Greci sbarcarono la Sicilia era abitata da selvaggi.

Sulle coste ioniche abitavano i Siculi ed in quelle tirreniche prosperavano i Sicani e gli Elimi.

Queste antiche popolazioni avevano eretto potenti e progredite citta', dove, almeno da tre millenni si era sviluppata una cucina autoctona.

L'incontro di queste due civilta' mediterranee ha arricchito tutte le arti, compresa quella culinaria ed ha fatto nascere il gusto per la buona cucina che trovo', piu' tardi, grande accoglienza nella Grecia dove, a poco a poco, gli elaborati manicaretti si sostituirono ai voluminosi arrosti dei tempi omerici ed alla Maza, la schiacciata con farina d'orzo.

Accanto alla nuova cucina sorse la letteratura gastronomica.

Primo in assoluto fu Epicuro Siracusano, segui' Miteco ed Archestrato di Gela, siamo tra gli inizi del V e del IV secolo a.C. Archestrato di Gela, nel IV secolo a.C., nei suoi "frammenti della gastronomia", asserisce di avere visitato ogni terra ed ogni mare ma che in Sicilia ha trovato il buon gusto.

L'opera parla soprattutto del pesce: la stagione piu' propizia per pescare le varie specie e il modo di cucinarle.

Il "leitmotiv" e' quello di una cucina naturale, schietta e genuina senza sofisticherie e che si avvale unicamente di olio, sale ed, all'occorrenza, di aceto e di erbe aromatiche.

Accanto a questi antichi ricettari, troviamo gli antenati dei moderni libri "curatevi con le erbe".

Nacque cosi' la dietetica di cui Acrome e Eutidemo furono i precursori.

Ma, per ora, bando alle diete e torniamo ai buoni cibi del periodo classico.

In Sicilia le mense dei ricchi buongustai erano sontuose e le vivande, variate e saporite, erano accompagnate da squisiti vini siciliani, ma anche da birra e da idromele.

Il fatto che il banchetto fosse sentito come occasione principe per discussioni sui piu' vari argomenti, sta alla base della ricchissima letteratura detta "Del Convito e del Simposio".

A tale filone si lascia ricondurre anche la bizzarra opera di Ateneo, erudito greco di Egitto (200 d.C.), i Deipnosofisti, (banchetto dei sofisti), che di dettagli gastronomici e' una miniera incomparabile.

In questo libro, infatti, vi e' un vero e proprio vademecum sulla cucina: dalla lepre, al tonno, dai piselli alle anguille, dall'aragosta al pesce spada, insomma c'e' di tutto.

Ma torniamo ai nostri amici greci ed alle loro abitudini alimentari.

I pasti dei Greci, in eta' storica, erano tre al giorno: uno leggero al mattino, I'Ariston, ed altri due piu' consistenti, il Defeion a meta' del giorno, ed il Dorpon, a fine giornata.

Ogni banchetto iniziava con il rito dell'offerta di ringraziamento agli dei: il padrone di casa, dopo essersi purificato le mani con acqua, gettava sul braciere pugni d'orzo, sangue e ciuffi di pelo di un vitello sacrificato e vi versava del vino.

Terminata questa funzione propiziatoria, i servi ponevano, vicino ad ogni commensale, un recipiente con il pane ed una coppa per bere il vino liquoroso allungato con acqua e poi iniziavano a servire le vivande.

Nelle riunioni conviviali non sempre vi era un padrone di casa, perche' spesso queste erano organizzate da alcuni amici che si riunivano per mangiare portando ciascuno, in un canestro, cibi gia' cotti ed il vino.

Questi simpatici simposi erano, appunto, denominati "I Pranzi del Panierino", ed e' questo piccolo recipiente di vimini, la "Spyris", che a volte, vediamo appeso ad un chiodo in alcune raffigurazioni di cene.

I menus dei greci erano variati, composti da minestre, da pesce, da carne, da uova; da legumi, da formaggio fresco e stagionato ed, dulcis in fundo, dai dolci a base di miele, di noci, di latte e di farina e dalle Focacce Attiche a forma piramidale.

I dolci venivano serviti assieme a ricchi vassoi di frutta al termine di ogni pasto o durante il simposio che era la parte piu' importante e gaia del banchetto, quando il vino scorreva a fiumi ed i convitati, allegri per le libagioni, cantavano gli Skolia, brevi e briosi versi affini ai ditirambi.

Socrate criticava gli opsofagi (ingordi) e diede delle regole di galateo sul modo di comportarsi a tavola, definendo la cucina un'arte.

Le citta' della Magna Grecia piu' reputate per sontuosita', a volte anche eccessiva, delle mense furono: Siracusa, Crotone e Sibari ed e' proprio dai cittadini di questa ultima citta' che e' nato il vocabolo Sibarita, usato ancora oggi per indicare una persona amante della vita piacevole e del buon cibo.

Ed adesso parliamo di un'altra importante civilta': gli Arabi.

Nell'827 i Musulmani d'Africa sbarcano a Marsala, chiamati da un ricco comandante siciliano, Eutimo o Eufemio, ribellatosi alla corte di Costantino imperatore.

Anche loro, come i Greci, apportano molte novita' nell'arte, in generale, e nella cucina, in particolare.

Ci fanno conoscere la canna da zucchero, il riso, il gelsomino, il cotone, I'anice, il sesamo e le droghe: cannella e zafferano.

Sono abilissimi pasticceri e, tra i dolci, segnaliamo: la Cubbaita (Qubbayt), ossia, un dolcissimo torrone di miele con semi di sesamo e maridorle; i Nucatuli, dalla parola araba "Nagal" (frutta secca, confettura, dolce secco); la Cupita o meglio Copata: torrone molto duro confezionato in grossi pani, a base di nocciole, albume d'uovo, zucchero miele ed amido.

Sempre agli arabi dobbiamo la Cassata ed il sorbetto.

Amanti delle essenze, crearono dolci profumati alla frutta, alla cannella e, perfino agli odori dei fiori.

Con il gelsomino, per esempio, crearono un niveo gelato, che si confeziona ancora oggi a Trapani con lo stesso nome arabo: "Scursunera".

Inventarono i geli di melone, di mosto, di cannella, di gelsomino; crearono storte ed alambicchi per la distillazione della grappa che, in ossequio al Corano, la usavano solo per disinfettare le ferite, e, quindi, anche l'alcool.

Ma a questi "invasori" si devono altri gustosi piatti come le panelle, i ceci essiccati ed i fiori di zucca seccati e salati nonche' il pane con la milza di cui, ancora oggi, i palermitani sono ghiotti.

Questa e' anche l'era degli Harem.

Ci sono molte leggende al riguardo, tra cui quella dell'invenzione del cannolo.

Si narra che furono proprio le donne di Caltanissetta, ospiti dell'Harem Kalt El Nissa, ossia, Castello delle donne, ad inventare il famoso dolce siciliano.

Gli arabi vengono sconfitti dai Normanni di Ruggero II di Altavilla nella battaglia di Cerami nel 1063.

Popolazione scandinava di indole marinara e guerriera, oltre alla costruzione di enormi cattedrali, portano: spiedi rotanti, aringhe affumicate, merluzzi secchi (Piscistaccu e Baccala') .

Nel 1130 Ruggero II diviene re fino alla morte (1154).La sua fama sara' superata da Federico II di Svevia.

Questo grande sovrano, oltre all'Universita', alle tasse, ed a varie innovazioni, compose un trattato sulla caccia con il falco, cacciatore egli stesso e conoscitore della buona tavola, ebbe al suo servizio, numerosi cuochi e sembra databile in questo periodo la nascita delle specialita' di rosticceria.

Ed ecco il turno dei Francesi con Carlo d'Angio' (Angioini 1268).

I Siciliani si ribellano al loro sistema feudale con il Vespro del 30 marzo 1282.

Palermo per non soccombere ai francesi chiama Pietro III d'Aragona ed ecco gli Spagnoli.

Con la pace di Caltabellotta, 1302, i francesi se ne vanno.

In questo periodo si consolida la cucina dei nobili: si afferma il Falsumagru, che, prima, si chiamava Rollo', dal francese Roulle', che si imbottisce, nel popolo, con frittate e verdure, mentre, tra i nobili con carni pregiate.

Nel 1440 Ferdinando di Castiglia diviene re di Aragona e di Castiglia.

L'eta' spagnola arriva fino al 1713.

Grazie a questo popolo conosciamo l'evoluzione della cassata araba dal momento che i nuovi dominatori ne importano un ingrediente base: il Pan di Spagna; ed ancora, sempre grazie ai nostri amici iberici conosciamo la zucca all'agro dolce e le varie "mpanate".

Sempre durante questo periodo si ha l'apporto del pomodoro, cacao e mais dall'America, insieme al peperoncino, alla patata, ai fagioli, al tacchino, ai peperoni, mentre la melanzana arrivera' dalle Indie.

Adesso possiamo renderci conto come una pietanza si completa nel corso dei secoli, attraverso l'apporto di nuovi elementi.

La Caponata, per esempio, e' l'espressione piu' tipica della legge gastronomica in base alla quale i piatti partono da una base semplice, a seconda della disponibilita' degli ingredienti, e si arricchiscono di sapori supplementari anche grazie alla fantasia di chi cucina.

La Caponata allora, sebbene composta da verdure, e' un piatto marinaresco, nato nella Caupona, il termine con il quale la bassa latinita' designava la taverna, dalla quale la pietanza ha derivato il suo nome.

La caupona dei porti preparava le vivande per i marinai che facevano vela dalle coste dell' isola.

Il dizionario del Palazzi alla voce caponata dice:"cibo marinaresco, galletta inzuppata nell'acqua salata, condita con olio e aceto".

Quindi non somigliava affatto a quella che conosciamo oggi, e cio' si spiega benissimo con il fatto che la gamma degli elementi di cui disponevano gli antichi era piu' povera di quella di oggi, perche' non ancora conosciuti.

La melanzana, per esempio, arriva dall'India nel 1600, il sedano, sebbene conosciutissimo fin dall'antichita', (con esso si intrecciavano serti per i cittadini piu' meritevoli) non veniva utilizzato per la cucina, e cosi' altri ingredienti.

Ma adesso e' necessario fare un passo indietro ed andare agli Arabi che ci fecero conoscere il riso.

Il risotto alla milanese, infatti, potrebbe avere avuto i suoi natali in Sicilia.

C'e' una leggenda in base alla quale il risotto allo zafferano sia stato creato per caso nel 1574 da uno dei garzoni di maestro Valerio da Profondavalle, artefice delle vetrate del Duomo di Milano, in occasione delle nozze della figlia.

Ma Cristoforo di Messisburgo, maestro di casa del Cardinale Ippolito D'Este, nel descrivere un banchetto, servito il 16 gennaio 1543 alla corte Estense, precisa che il secondo servizio di cucina comprendeva, con i timballi di piccione, di conigli e lepri, in salsa pevorada, anche sei piatti di riso alla siciliana con tuorli d'uovo crudi, formaggio grattuggiato, pepe, zafferano e l' immancabile zucchero di tutte le ricette medievali.

Nel 1500, quindi i ferraresi mangiavano quello che oggi e' il risotto alla milanese in edizione corroborante.

E, per finire in dolcezza, completiamo il discorso sui cannoli e sulla cassata siciliana.

Per quanto riguarda i primi c'e' da riferire una citazione di Cicerone: "Tubus farinarius, dulcissimo, edulio ex lacte factus", ossia, "cannolo farinaceo fatto di latte per un dolcissimo cibo".

Sembra che l'odierno cannolo siciliano abbia avuto, come dicevamo, origini arabe, anche se ha subito, nei secoli, diversi rifacimenti, il suo antenato, infatti, sembra essere stato un dolce a forma di banana ripieno di mandorle e zucchero.

Per quanto riguarda la cassata, la sua elaborazione definitiva si ebbe nel periodo barocco con l'utilizzazione del Pan di Spagna, epoca in cui gli antichi fasti della gastronomia ed anche della pasticceria siciliana, furono rinverditi dalle consuetudini di vita spagnola e dai nuovi ingredienti importati alla America.

Per concludere possiamo dire che oggi non si mangia e non si beve piu' per sopravvivere, ma si cerca di farlo nel modo migliore, perche' una necessita' fisiologica si trasformi in piacere.

Brillant Savarin, nel suo libro:"La fisiologia del gusto" scrive:

Il Creatore, obbligando l'uomo a mangiare per vivere, lo invita con l'appetito e lo ricompensa con il piacere".

LA CUCINA DEI BUFFITTIERI

Una volta in Sicilia non esistevano pubblici luoghi di ristoro: ne è una testimonianza anche la pagina del Gattopardo in cui i nobili, sulla strada per la fattoria di Rampinzéri a Donnafugata (dietro Donnafugata, che era solo un castello cinquecentesco, Tomasi di Lampedusa nasconde in realtà il suo paese, Palma Di Montechiaro in provincia Agrigento), organizzano un picnic.

I carretti trainati da animali da soma si fermavano nei punti di sosta dove si poteva ristorare soprattutto l'animale. Dal 1820 in poi, i Borboni iniziano a sviluppare la viabilità trasformando le trazzere in carrrareccie.

Nelle grandi città però esisteva una cucina di strada che, dal termine francese "buffet" viene chiamata dei buffittieri. Si trattava di pietanze povere vendute per strada, come ad esempio foglie di broccolo cotto o patate intere bollite.

www.regione.sicilia.it/turismo/web_turismo/sicilia/fr/home.html

Palermo è il capoluogo della Sicilia e quinta città d’Italia (660.460 abitanti, ma oltre un milione considerando l’hinterland). Posta al centro del Mediterraneo, culla delle più antiche civiltà, la città è stata da sempre crocevia di culture fra Oriente e Occidente. Luogo strategico di transito, scalo privilegiato di traffici mercantili e commerciali, approdo di popoli di razze, lingue e religioni diverse, Palermo ha affascinato visitatori e stranieri per la sua felicissima posizione, la mitezza del clima e la bellezza dei luoghi. Anche per questo, innumerevoli sono state, nei secoli, le dominazioni subite.

Non sono molte, nel mondo, le città che, come Palermo, hanno conservato tante testimonianze della cultura dei conquistatori: dai Romani ai Bizantini, dagli Arabi ai Normanni, dagli Svevi ai Francesi, dagli Spagnoli agli Austriaci, tutti hanno lasciato l’inconfondibile traccia della loro permanenza; e quasi sempre si tratta di testimonianze di straordinario valore, in quanto la confluenza di forme e stili, dal Nord Europa all’Africa, dal Medioevo al Barocco, ha spesso dato vita ad originalissime creazioni artistiche, architettoniche e decorative.

Ed è questa l’altra particolarità di Palermo: che, nonostante la commistione di culture, la città ha conservato la sua identità. Un’identità di città capitale che in ogni tempo ha saputo coniugare il meglio delle altre genti con la propria vocazione di libertà.

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Le origini di Palermo si fanno risalire tra l’VIII e il VII secolo a.C., all’epoca della colonizzazione dei Fenici. Ma, in precedenza, il sito – posto ai margini di una vasta e fertile conca abbondante d’acqua – era stato frequentato dai Sicani (provenienti dal sud Italia o, forse, dalla Spagna) nel terzo millennio, dai Cretesi nella seconda metà del secondo millennio, dagli Elimi (provenienti, secondo la tradizione, dalla distrutta di Troia) intorno al XII secolo a.C. e dai Greci nell’VIII secolo. Il nome è, appunto, greco e vuol dire “tutto porto” (παν-όρμος), dovuto alla facilità d’accesso dal mare.

Due fiumi, quelli che poi furono chiamati Papireto e Kemonia, formavano una penisoletta lunga circa un chilometro dove sorse il primo nucleo della città (Paleopoli), e che si trovava nella zona dell’attuale Palazzo Reale; attorno al IV secolo a.C. venne fortificato tutto il territorio tra i due fiumi (Neapoli). L’emporio fenicio-cartaginese, dopo un vano attacco del siracusano Dionisio I nel V secolo a.C., fu uno dei cardini della contesa tra Roma e Cartagine all’epoca delle guerre puniche.

Conquistata dai Romani del 254 a.C., Palermo è libera, florida e mantiene a lungo una vita attivissima. A metà del V secolo d.C., durante le invasioni barbariche in Italia e in Sicilia, viene saccheggiata dai Vandali e occupata dagli Ostrogoti; finché, con l’impresa di Belisario, non cade sotto l’influenza dell’Impero bizantino: un periodo di circa tre secoli (535-831) di relativa sicurezza per la città, nel quale la Chiesa rafforza la sua autorità.

Preceduta dalle scorrerie dei pirati barbareschi, nell’831 l’espansione araba investe buona parte della Sicilia e Palermo assume un ruolo di grande prestigio in tutto il Mediterraneo. Accoglie stranieri da ogni parte, moltiplica il numero degli abitanti (raggiungendo 300.000 unità), sviluppa industria e commerci (i mercanti genovesi, amalfitani, pisani e veneziani vi tengono i loro fondachi), diventa centro culturale di prim’ordine (la cultura araba era dominante in Europa), vi si costruiscono centinaia di moschee, palazzi e giardini; ha un nuovo assetto urbanistico, che rimane immutato per quasi un millennio. Viene descritta dai geografi e cantata da poeti. È chiamata ziz, “splendida”, e attraversa un’epoca di ricchezza che, probabilmente, non  raggiungerà mai più.

Alla decadenza politico-militare musulmana dà il colpo di grazia l’arrivo dei Normanni, giovane popolo del nord della Francia: nel 1072, il Gran Conte Ruggero d’Altavilla e il cugino Roberto il Guiscardo prendono Palermo dopo cinque mesi di assedio, e negli anni successivi conquistano tutta la Sicilia. I nuovi dominatori coltivano le arti e i commerci, ed instaurarono un regime feudale. Il figlio del Gran Conte, Ruggero II, nel 1130, viene incoronato re di Sicilia, con il benestare del Papa. I Normanni – così come, d’altronde, gli Arabi –  hanno la lungimiranza di mantenere buoni rapporti con i vinti; anzi, consapevoli della loro superiorità culturale, si servono di architetti e maestranze arabe (oltre che bizantine) per i palazzi, le chiese che edificano al posto delle moschee e i sontuosi apparati decorativi: nascono capolavori assoluti come la Cappella Palatina e il Duomo di Monreale; e poi, la Zisa, la Cuba e il castello di Maredolce, all’interno dello sterminato parco del Genoardo.

Palermo continua ad essere fiorente e rinomata, ma quando la monarchia normanna si indebolisce, la nobiltà feudale comincia ad insidiarne l’autorità. Rimasta senza eredi diretti, la dinastia normanna viene spazzata via dal Sacro Romano Impero, di nazionalità germanica: Arrigo VI, figlio di Federico Barbarossa, sposa Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II, e s’impadronisce della Sicilia. Il nuovo imperatore è Federico II di Svevia, che diventa maggiorenne nella raffinata corte palermitana, dove accorrono gli spiriti più illuminati dell’epoca, e dà vita alla Scuola poetica siciliana, dalla quale nascerà la lingua italiana. Federico restaura l’impero germanico, lotta contro il papato, tiene a bada i nobili siciliani; ma alla sua morte, nel 1250, Palermo e tutta l’isola perdono il ruolo egemone che avevano nel Mediterraneo.

Chiamato dal Papa in Sicilia, Carlo d’Angiò instaura un regime vessatorio e sposta il centro del potere a Napoli. Nel 1282, il popolo di Palermo insorge, caccia i Francesi, dando inizio alla guerra del Vespro, che durerà vent’anni. Nel frattempo, la nobiltà sollecita l’appoggio dei forti monarchi d’Aragona. La Sicilia entra sempre più nell’orbita spagnola, dapprima solo come regno vassallo, mentre le grandi famiglie feudali siciliane, approfittando dell’assenza degli Aragona, si danno battaglia. È un periodo di anarchia e di decadimento, che vede il declino commerciale del Mediterraneo. Palermo è nelle mani dei Chiaramonte, che tengono a bada la nobiltà catalana e il potere regio, e subisce una profonda involuzione sociale ed economica.

Domate dagli Aragonesi le rivolte dei baroni, nel 1415 arriva in Sicilia il primo viceré spagnolo, e da quel momento, per tre secoli, l’isola godrà di una relativa calma. Palermo è la capitale del governo viceregio, che destina enormi somme al rinnovamento della città, e vede un grande sviluppo urbanistico e monumentale, mutando sensibilmente volto: si ampliano e si rafforzano le mura, si prolunga il Cassaro (attuale corso Vittorio Emanuele) fino al mare, si prosciuga il fiume Papireto, si amplia il porto, vengono migliorate le condizioni igienico-sanitarie; ai primi del ’600 si realizza il “taglio” di via Maqueda (dal nome del viceré che ne è il fautore). Gli ordini religiosi accumulano ricchezze e patrimoni immensi, e fanno a gara nell’edificare chiese, conventi, oratori, chiamando celebri architetti, pittori, scultori, decoratori e le migliori maestranze. La città è tutta un cantiere barocco, anche perché i nobili, con i loro magnifici palazzi, non vogliono essere da meno in questa corsa al fasto.

Ma Palermo è anche decimata da periodiche pestilenze e malattie; e se i nobili e il clero ostentano opulenza, il popolo è in miseria. Le rivolte popolari – celebre quella del 1647 di Giuseppe Alessi – vengono tutte soffocate nel sangue.

Cambiati gli equilibri politici europei, per un breve periodo (1713-1718) la Sicilia è annessa al Regno sabaudo di Vittorio Amedeo, poi è sotto la dominazione austriaca  degli Asburgo (1718-1734), per passare infine, con lo spagnolo Carlo III, sotto i Borbone, come Stato autonomo nel Regno di Napoli.

La nobiltà baronale attraversa un periodo di grandi ricchezze e privilegi, erigendo sontuosi palazzi e casine di villeggiatura. Sotto Ferdinando IV (1759-1825), l’illuminato viceré Caracciolo riesce a sopprimere l’odioso Tribunale del Sant’Uffizio, e avvia una serie di importantissime riforme che riguardano soprattutto il fisco e l’istruzione. Si acuisce, intanto, il contrasto tra il governo borbonico napoletano e la nobiltà siciliana, alla quale si uniscono frange di intellettuali e borghesi. Sull’onda della Rivoluzione francese, viene accordata nel 1812 una riforma costituzionale, ma due anni dopo la Corte napoletana fà della Sicilia una provincia del regno e vi nomina un luogotenente.

È lotta aperta, e questa volta Palermo compatta dà vita alle rivolte popolari: prima nel 1820 e poi nel 1848, quando dà inizio ai moti rivoluzionari in tutta Europa contro i regimi assolutisti. Nel 1860, Giuseppe Garibaldi – appoggiato  del Piemonte di Cavour e dall’Inghilterra – sbarca con i suoi Mille volontari a Marsala, sbaraglia le truppe borboniche e trionfa a Palermo, realizzando di fatto l’Unità d’Italia.

Nel nuovo Stato nazionale, Palermo, dopo mezzo secolo d’abbandono, risana pian piano le sue ferite; si forma una borghesia mercantile con una timida attività industriale; la città si espande al di là del centro storico, nascono nuovi quartieri, si realizza il “taglio” di via Roma previsto dal piano regolatore Giarrusso; sul modello delle grandi capitali europee, si edificano due grandi teatri, il Politeama e il Massimo. È l’epoca dei Florio, famiglia di lungimiranti imprenditori, che danno sviluppo al commercio, alla cultura e alle arti, e grazie ai quali, nei primi vent’anni ’900, Palermo attraversa un’epoca florida, diventando stazione climatica di rinomanza europea. Fondamentale, in questa rinascita, è l’opera dell’architetto Ernesto Basile, attorno al quale si riuniscono artisti e maestranze di assoluto livello che danno vita alla breve stagione del Liberty. Profondamente ferita nel suo tessuto urbanistico dalle bombe della seconda guerra mondiale, Palermo nel 1947 – con l’Autonomia della Sicilia – diventa sede del Governo e dell’Assemblea regionale siciliana.

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